Serena

Era una sera di Maggio quando accadde. A quell'epoca pensavo che non sarei più riuscita a dimenticarmene eppure, fino a questa mattina, non ci avevo più pensato. Poi uno stupido particolare, una di quelle piccole scintille che ti accendono la mente per un attimo, come un lampo nel buio della notte, mi ha fatto ricordare all'improvviso.

 

Marco

Stavo rimettendo a posto i libri dell'università, quando mi accorsi di qualcosa che non andava nel libro di Fisica. Incastrato tra le pagine, c'era un segnalibro. Lì per lì non avrei mai immaginato la cascata di ricordi ed emozioni che mi provocò vedere, a pochi centimetri da me, il fiore di loto dorato. Ricordai il giorno in cui Sakao me l'aveva regalato, il giorno in cui camminavamo per il parco circondati da ciliegi in fiore, il giorno in cui mi chiese di partire con lui verso il Giappone. Chiusi di scatto il libro, le pagine degli appunti volarono per tutta la camera da letto. La mia compagna di stanza si svegliò di soprassalto. - Scusa, - feci io, in automatico. Raccolsi le mie poche cose, e mi avviai all'Università. Piangevo lacrime timide.

Angelo

“Quando vieni a trovarmi tieni sempre la neve in tasca!”. Zia Vincenzina tradiva sempre le sue origini meridionali quando doveva mortificarmi per le mie veloci puntate a casa sua. A queste non rinunciavo, però, perché vederla anche per pochi minuti mi metteva di buon umore prima di andare all’Università. A questo contribuiva anche il buon caffé che ostinatamente preparava con la macchinetta napoletana. “Copriti, che fa freddo! E stai attenta, che qui intorno girano certe facce!”. Mi accompagnò alla porta, salutandomi con un bacio. Per lei faceva sempre freddo, anche se era maggio. Infatti era maggio. E poi era fissata con i brutti ceffi che potevano farmi del male. Non diminuiva le sue preoccupazioni la mia età, ormai non più adolescenziale. Chissà cosa avrebbe pensato del fatto che il mio migliore amico d’Università fosse Ahmed, palestinese? Sorridevo ancora della mia buffa zia napoletana quando per strada incontrai Andrea Caccavale. Andrea era un poliziotto. Anzi una ispettrice di polizia, costretta quasi tutto il giorno a far capire alla gente che Andrea è anche un nome femminile. Napoletana come zia Vincenzina, mi era diventata subito simpatica quando la conobbi. Nonostante mi stesse trasportando di peso fuori dall’Università insieme a una sua collega al termine della più recente occupazione della quale, ovviamente, ero stata una delle protagoniste dietro le quinte. “Madonna, come pesa questa! Deve essere una finta magra!” . Scoppiammo tutte e tre a ridere, abbandonando la seriosità d’obbligo del momento. Il risultato fu che la sua collega, per ridere, mi mollò e caddi a terra. Da allora rividi spesso Andrea, anche perché era spesso all’Università, sempre in borghese e con gli occhiali scuri, cosa che ovviamente la rendeva immediatamente riconoscibile allo sgangherato popolo della mia facoltà. Non mi raccontava mai nulla del suo lavoro perché finivamo a parlare d’altro. Di cinema, per esempio. Entrambe patite di qualsivoglia pellicola, fosse anche di serie Z, facevamo a gara a raccontarci le ultime novità. Ed eravamo andate insieme a cinema un paio di volte, preferendo poi scambiarci i dvd che noleggiavamo per le nostre serate di donne sole. Quel giorno Andrea non era allegra come al solito. Anzi, la sua faccia era decisamente nera. Mi
liquidò con poche parole dopo che ci abbracciammo: “Devo scappare, hanno ucciso una studentessa della tua facoltà. E’ stata accoltellata”.
Mi sentii gelare. All’improvviso non sentivo in bocca nemmeno più il sapore del caffé di zia Vincenzina.

Serena & Michele

“Quando deciderò di comprarmi un condizionatore?” si chiese l’ispettrice Andrea Caccavale. Erano già le sei e lei, anche questa notte, aveva dormito solo due ore. Si sentiva sfinita e, pensò che una doccia gelida avrebbe potuto liberarla dal sudore e dai cattivi pensieri della notte. Era il mese di giugno più caldo che lei ricordasse. Era ormai un mese che lavorava ininterrottamente al caso della giovane Maddalena, uccisa all’università. Un mese passato senza trovare non dico un colpevole, ma neanche un testimone, una prova, un indizio. Le riapparve davanti agli occhi, per l’ennesima volta, lo sguardo fisso di quelle pupille senza vita. Uno sgabuzzino squallido, nei sotterranei dell’università. Il sangue che impregnava la scrivania su cui il corpo era riverso. La ferita che aveva devastato il torace. La scritta AMED a lato del cadavere con il dito della giovane fermo, immobile, nell’eterno tentativo di completare la D. All ’altra mano, la sinistra, mancava un dito. Accanto al cadavere non si era trovato nient’altro. Non un oggetto, non lo zaino della ragazza, non l’arma del delitto, solo mobili vecchi, sedie rotte e polvere, polvere di uno sgabuzzino chiuso da tempo e che tale sarebbe dovuto rimanere, pensò Andrea. La televisione e la stampa avevano ordito palinsesti con audience da favola su quella storia. L’indagine era stata passata al setaccio da valenti e competenti investigatori come Fede e Vespa ben più di una volta, molto più di un solo reportage. I suoi “no comment” erano apparsi su tutti i quotidiani ed in tutti i telegiornali come ripetizione infinita di un’accusa di incompetenza che, ufficialmente, nessuno voleva lanciarle e, sicuramente, non perché era donna, giovane o meridionale. Era stanca, stanca di tutto quello spettacolo, di quella giostra che le girava attorno e che voleva costringerla a salire. No, non aveva arrestato Ahmed, non credeva fosse lui il colpevole, non era un giallo di serie Z quello dove la vittima scrive il nome del suo assassino con il suo sangue o, forse, lo era proprio perché Maddalena lo aveva fatto e lei non credeva ad una sola di quelle lettere, soprattutto a quell’acca che mancava. Intanto Ahmed, lo studente palstinese, era irreperibile. Perché lei non lo scovava? Si domandavano i tiggì come li chiamava zia Vincenzina? E intanto lei pensava che, forse, anche il ragazzo che vendeva CD pirata si chiamasse Ahmed, ma che magari nessuno lo sapeva. Zia Vincenzina…quel pensiero la fece sorridere e ripensare alla sua migliore amica che aveva visto solo un paio di volte in quel mese, in via ufficiale, per chiederle se sapesse dove fosse Ahmed. Lei non lo sapeva, non lo vedeva da tre giorni prima della scoperta del cadavere della ragazza. L’ultima volta l’aveva lasciata con sorriso sibillino ed una frase strana: “Devo assolutamente fare qualcosa! Questa storia mi sta distruggendo! Eppure essere felici sarebbe così semplice!”. Andrea girò la manovella dell’acqua e uscì dalla doccia. Si era rinfrescata il corpo, l’anima rimaneva sudata.  

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La giornata era stata di quelle tremende. L’esame era andato così così e, nel pomeriggio, avevo avuto una lunga discussione con Mario. Oramai il nostro rapporto era agli sgoccioli. Mentre camminavo verso casa la mia mente vagò tra varie cose e, seza accorgermene, mi ritrovai a pensare a Sakao ed al suo sorriso dolce. Pensai che forse avevo ancora il suo indirizzo di e-mail, da qualche parte. Comunque, lo avrei cercato l’indomani. Ero molto stanca e non vedevo l’ora di gettarmi nel mio lettuccio.Quando giunsi nel vicolo di casa mia, sentii musica e risate. “Qualcuno ha qualcosa da festeggiare – pensai – beato lui!”. Aprii la porta di casa e Marina, la mia compagna di stanza, mi venne incontro sorridente. “Mancavi solo tu!” esclamò. Mi ero del tutto dimenticata del suo compleanno. La casa era invasa di gente, addio riposo. Finsi per un po’ di divertirmi, poi decisi di andare via, senza farmi notare. Non era ora per andare da zia Vincenzina ma, pensai, se Andrea è d’accordo siamo ancora in tempo per lo spettacolo delle 22:30. Al cinema davano un bel film. Uscii sul balcone per sfuggire al rumore e la chiamai. La mia amica mi rispose atona. Non disse nemmeno “Ciao”. Disse solo “Accendi la televisione” Mi appiccicai allo schermo per riscire a sentire qualcosa. Il giornalista sorrideva mentre dava la notizia. Lo studente palestinese Ahmed era stato arrestato a Brindisi mentre cercava di imbarcarsi, probabilmente per la Turchia , sotto falso nome. La brillante operazione era stata portata a termine dal maresciallo Bolognesi dell’Arma. Non mancò un riferimento critico alla Polizia, ed in particolare all’ispettrice Caccavale, che non aveva fatto altro che perdere tempo per un mese. E poi i commenti. Il giovane Ahmed Safarà, probabilmente un terrorista islamico. La giovane Maddalena, proveniente da una famiglia per bene, brutalmente assassinata. L’arma del delitto che non era stata mai ritrovata. Il mistero dell’anulare sinistro amputato. E poi un lungo servizio sullo zio vescovo della ragazza, che svolgeva compiti importanti in Vaticano ed era autore di importantissimi testi sulla spiritualità cristiana. “Non è stato Ahmed”, mi disse Andrea l’indomani, mentre sedevamo al tavolino di un caffè. “La storia del nome scritto con il sangue è una bufala”. E mi spiegò le cose che, secondo lei, non quadravano nella scena del delitto.  “Ma allora perché Ahmed è fuggito?”